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Case mobili: come scegliere e prezzi

Vivere in una casa su ruote? Sicuramente una scelta alternativa, ma possibile. Una scelta di questo tipo può apparire come bizzarra, e rappresenta sicuramente la volontà di vivere fuori dagli schemi, ma le Mobilhouse possono essere considerate come appartamenti a tutti gli effetti. Le case mobili possono essere abitate durante un periodo di vacanza, ma anche tutto l’anno, per viverci con la famiglia. Con questi presupposti, in questo articolo vedremo come devono essere realizzate le case su ruote, e l’eventuale parte burocratica.

Case mobili su ruote: metrature

Ciò che spesso frena maggiormente le persone nello scegliere una casa su ruote, è sicuramente la metratura, che determina di fatto l’abilitabilità della casa stessa. La grandezza delle Mobilhouse è variabile, ma i modelli commercializzati solitamente partono dai 5 ai 10 metri di lunghezza, con una profondità media di circa tre metri. Ovviamente tale scelta andrà fatta sulla base del numero di quanti abiteranno la casa mobile, ma anche sulla tempistica, ovvero per quanto tempo si intende soggiornarvi.

Case mobili: materiali

Le case mobili possono essere considerate delle abitazioni a tutti gli effetti, semplicemente con dimensioni inferiori rispetto a quelle tradizionali. Al loro interno è possibile quindi trovare tutti gli elementi di una casa “normale”, come la camera da letto, il soggiorno, la cucina ed il bagno. Il basamento su cui tutti questi elementi vengono realizzati, è realizzato in un materiale resistente sia all’usura, ma anche al fuoco.

La struttura invece, ovvero lo chassis, è zincata a caldo, ma soprattutto dotata di un assale gommato. Il telaio infine, solitamente è in ferro, mentre pareti e tetto, per garantire il giusto livello di comfort abitativo, sono realizzati in poliuretano coibentatato. Per quanto riguarda i serramenti invece, quindi le finestre e la porta, il materiale più utilizzato è il pvc, e insieme a quello che è il cappotto termico, potranno mantenere più a lungo la temperatura desiderata all’interno delle case mobili.

Come anticipato, uno dei principali criteri di scelta per una casa mobile, è quello della dimensione, quindi della metratura. In caso di famiglia più numerose ad esempio, tale scelta potrebbe ricadere su una casa a due piani, dove solitamente viene posta al piano superiore la zona notte, e a quello inferiori la zona giorno. Senza dimenticare che molto spesso questi modelli sono anche dotati di una pratica e piacevole veranda, che permette di godersi un bel panorama durante le belle stagioni.

Il mercato delle case mobili è sicuramente piuttosto variopinto, e i modelli commercializzati sono infiniti. Definire dei prezzi standard non è di fatto possibile, perché su tale prezzo inciderà notevolmente la dimensione, la qualità degli arredamenti, gli optional, e molto altro ancora. Ad ogni modo, per un appartamentino di piccole dimensioni, quindi di 2 camere, un soggiorno e un bagno, si parte dai 20.000 euro, per arrivare ai 60.000 euro dei modelli top di gamma.

Case mobili: normativa

Nonostante siano dotate di ruote, le case mobili non sono immatricolate, quindi non possono circolare su strada. In parole povere, non può viaggiare come una tradizionale roulotte, ma solamente essere caricata e trasportata su di un camion. La normativa italiana considera una Mobilhouse come un prefabbricato, quindi è necessaria la concessione edilizia per l’installazione all’interno del proprio terreno di proprietà.

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Casa

I vari tipi di impianto di irrigazione giardino

Avere un bel giardino verde fuori casa è estremamente importante ed un lusso che in pochi hanno. Questo spazio però necessita di molte cure, in primis è indispensabile l’acqua, l’alimento e il nutrimento principale per le piante che aiutano a tenere questo spazio verde e in vita. Per far si che il proprio giardino sia ogni giorno più bello è indispensabile avere un buon impianto di irrigazione.

Le piante quindi devono essere posizionate affinché i raggi solari le colpiscano nella maniera migliore possibile, per avere un bello spazio verde la luce solare è fondamentale. L’impianto di irrigazione deve essere funzionale e irrigare tutti gli angoli. Avere un impianto di irrigazione funzionale facilita il compito di prendersi cura del giardino perché gran parte del bisogno delle piante è soddisfatta dall’acqua.

L’unica accortezza è che tale impianto sia fatto allo spazio a disposizione e non troppo grande né troppo piccolo si rischia altrimenti di bagnare troppo la zona rovinando il verde.

Gli impianti per l’irrigazione del giardino presenti in commercio hanno caratteristiche diverse a seconda delle necessità dello spazio a disposizione. Una delle indicazioni più importanti è quella di farsi consigliare dal proprio giardiniere di fiducia, gli esperti del settore sanno quali sono i migliori accessori per l’irrigazione del giardino. Ci sono ad esempio gli impianti di irrigazione statici e quelli dinamici.

I primi sono più adatti per gli spazi piccoli però richiedono un’installazione molto più difficile da fare mentre i secondi sono molto più semplici da installare e adatti agli spazi ampi in quanto possono spruzzare il getto d’acqua per lunghe distanze.

Questi ultimi inoltre permettono di ottenere risultati straordinari poiché si possono programmare e irrigare solo ad orari prestabiliti secondo le necessità delle piante poste sulle varie zone.

L’automazione dell’impianto di irrigazione riduce di molto la manutenzione di cui il giardino ha bisogno e permette di avere piante verdi e rigogliose senza alcuno sforzo. Infine, ci sono gli impianti di irrigazione interrati che eliminano dal giardino qualsiasi tubo e facilitano in sostanza il passaggio dell’acqua solo nelle zone dove è necessaria. L’unica difficoltà oltre all’installazione è quella di risolvere eventuali perdite.

L’importanza del sistema di irrigazione

Perché un sistema di irrigazione funzioni bene è molto importante che questo abbia la giusta pressione altrimenti il getto d’acqua se troppo debole non riuscirà a raggiungere tutte le zone del giardino e quindi alcune piante soffriranno al sete.

Gli impianti di irrigazione a loro volta si suddividono in impianti manuali e impianti automatici. I primi possono essere accesi a piacimento, gli esperti delle piante potrebbero anche preferire questi in quanto avrebbero la possibilità di dosare l’acqua in base al tipo di pianta da bagnare a tipo di terreno presente nella zona. Quelli automatici se hanno la giusta pressione invece hanno lo stesso getto d’acqua in tutti gli angoli senza nessuna differenza.

Il bonus verde per gli impianti di irrigazione

Chi lo desidera e ha uno spazio molto ampio potrebbe richiedere il bonus verde, cioè una riduzione del prezzo dell’installazione delle irrigazioni del giardino. Non tutti hanno però la possibilità di accedervi in quanto alcuni non hanno gli spazi necessari per realizzare gli impianti che sono soggetti alle detrazioni fiscali secondo la normativa vigente in materia.

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Fai da te

Che cosa sono i sanpietrini e come si installano

Il porfido a cubetti, conosciuto anche come sanpietrini, è il materiale preferito per quanto riguarda la pavimentazione stradale perché ha una grande resistenza e può sopportare senza difficoltà anche i carichi più pesanti.

Inoltre i sanpietrini sono anche molto eleganti e donano alle strade un fascino antico molto adatto ai centri storici, ma bello da riprodurre anche in un giardino privato. Occorre, però, utilizzare una tecnica particolare per la loro installazione. Ecco come fare per utilizzarli in esterno.

I sanpietrini sono dei cubetti di porfido, una particolare roccia vulcanica, che sono ottenuti attraverso la spaccatura di grandi lastre di materiale. Di solito la superficie dei sanpietrini è lasciata allo stato grezzo e presenta una superficie abbastanza ruvida. Non accade lo stesso con le pareti laterali che, invece, sono perfettamente squadrate e hanno una forma che è leggermente convergente verso il centro per garantire una più facile installazione, soprattutto se si utilizza la posa ad arco.

Il porfido viene preferito per le pavimentazioni esterne perché è resistente e molto elegante ma la sua superficie abbastanza ruvida consente di essere anche un materiale naturalmente antiscivolo. Inoltre ha una lunghissima durata e per questo motivo viene preferito per le pavimentazioni esterne. Se prima, però, i sanpietrini erano la pavimentazione preferita per i suoli pubblici, negli ultimi anni anche l’edilizia privata ha scoperto tutti i suoi vantaggi che, uniti ad un notevole aspetto estetico, ne hanno moltiplicato gli impieghi.

Come si installano i sanpietrini

Installare i sanpietrini non è difficile ma occorre rispettare dei passaggi ben precisi che non possono essere confusi. Innanzitutto i sanpietrini hanno necessità di un letto che sia composto da sabbia che deve essere umida e fine.

Questa sabbia sarà poi mischiata a del cemento secco. Se la superficie da ricoprire è molto ampia occorre creare una bombatura centrale per consentire all’acqua piovana di defluire correttamente. Per posare correttamente tutti i sanpietrini, poi, è possibile aiutarsi disegnando precedentemente sul tappeto di sappia la forma della composizione che le pietre devono assumere.

Una volta terminato questo lavoro e posato i sanpietrini, si procede a sigillare le fughe con sabbia precedentemente inzuppata di cemento e acqua: con una scopa si stende questo composto su tutta la pavimentazione, avendo l’accortezza di riempire ogni fuga. Quando sarà asciutto si potrà completare il lavoro spianando l’intera superficie con una speciale piastra vibrante che eliminerà l’eccesso di calce.

Informazioni utili per l’installazione dei sanpietrini

I sanpietrini sono uno strumento molto versatile e per questo motivo consentono di creare moltissime geometrie differenti che il cliente potrà scegliere in base al suo gusto personale. Le pose più ricorrenti, però, sono quelle ad archi contrastanti oppure a file parallele. Non mancano altre pose più complesse come quella a coda di pavone o a cerchi concentrici.

Non c’è limite, però, a quello che i sanpietrini consentono, soprattutto se supportati dalla bravura e dalla creatività di chi li posa. Con i sanpietrini, infatti, si possono creare anche disegni personalizzati proprio come se si trattasse di un mosaico.

Nell’ambito delle abitazioni private sono sempre molto richieste le pose ad ala fi gabbiano oppure a semicerchi alternati che creano un effetto molto elegante. Particolare anche la posa ad onda marina che può essere molto adatta per una pavimentazione esterna di una villetta al mare.

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Casa

Come funzionano le pergole bioclimatiche

Una delle coperture più innovative per l’esterno sono le pergole bioclimatiche, dei nuovi materiali pensati appositamente per evitare di essere colpiti dei raggi solari anche quando si è all’esterno e godersi così al meglio l’aria fresca negli spazi esterni a disposizione senza la necessità di acquistare appositi filtri solari spesso troppo costosi o addirittura di ardua installazione.

A differenza delle pergole fisse, queste bioclimatiche possono essere orientate con un telecomando o una struttura in acciaio così da proteggere chi sta sotto la copertura dai raggi solari o dagli agenti atmosferici.

Una delle caratteristiche migliori di queste pergole è la leggerezza e lo spessore dimezzato rispetto ai modelli classici che permettono una realizzazione molto più semplice perché non è necessario realizzare una installazione resistente.

Il fatto che le pergole possano essere spostate in base alla direzione dei raggi solari è estremamente positivo poiché in maniera agevole si può ottenere una zona d’ombra e una gradevole brezza fresca indispensabile d’estate.

La pergola bioclimatica è l’installazione migliore per chi desidera godersi il meglio del suo giardino, per poterla utilizzare basta installarla in maniera semplice e permettere alla copertura di spostarsi nelle diverse ore della giornata così da proteggere sempre gli inquilini dal sole in base alla posizione in cui si trova.

I modelli di pergola sono tantissimi, ma si possono raggruppare in due grandi categorie, quelli orientabili a mano e quei modelli che invece si orientano utilizzando un telecomando elettronico. La pergola bioclimarica consente anche di ottenere un’aerazione molto efficacie proprio grazie alla possibilità di spostamento della copertura che resiste al tempo stesso alle intemperie e al vento forte.

L’inclinazione cui possono essere spostate le singole pergole varia a seconda del modello che viene installato, in generale si possono spostare fino a circa 140 gradi partendo da una posizione orizzontale e schermare in questo modo fino all’80% dei raggi solari.

Pergole bioclimatiche: materiale e accessori

I materiali con cui possono essere realizzate le pergole bioclimatiche sono diversi, in genere i modelli base e dunque quelli più economici sono realizzati in acciaio, un materiale molto resistente che può essere installato con una spesa minima.

Quando la copertura da realizzare invece è un po’ più impegnativa o si desidera comunque una copertura di buona qualità, si preferisce una pergola bioclimatica fatta con un rivestimento interno di schiuma espansa che non solo isola termicamente dalla parte superiore della copertura ma protegger anche dall’acqua attutendo in maniera molto efficiente il rumore causato dalla pioggia.

Attraverso al copertura con le pergole si possono rendere gli ambienti esterni molto più vivibili e adatti a diverse soluzioni, in alcuni casi infatti si possono installare degli ulteriori accessori che aumentano la vivibilità degli spazi.

In primis si possono avere delle luci a led che permettono di sfruttare lo spazio esterno anche durante la sera per cene e aperitivi con gli amici. Chi ha la possibilità può realizzare una vera e propria stanza in più in casa e sfruttarla nei casi di necessità installando anche un riscaldamento.

I vantaggi delle pergole bioclimatiche

Il vantaggio di utilizzare le pergole bioclimatiche è quello che consente di installare questi accessori anche sulla superficie di installazioni pre-esistenti senza dover rifare le costruzioni che si trovano in giardino. Il fatto che siano leggere e molto resistenti è un punto in più a favore di questa copertura per la quale non è necessario richiedere nemmeno un permesso aggiuntivo per poter realizzare la costruzione.

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Viaggi

I laghi alpini più belli d’Italia

L’Italia è un paese meraviglioso che ha molto da offrire a livello turistico sia da un punto di vista archittettonico, che da un punto di vista paesaggistico. Ci sono infatti dei luoghi che sembrano usciti da fantastiche cartoline, posti che tolgono il fiato per la bellezza che esprimono.

Tra questi sicuramente i laghi alpini riempiono di gioia e di meraviglia gli occhi di chi osserva. Sembra di trovarsi di fronte a qualcosa di incontaminato dove cielo e terra si rispecchiano, l’aria è purissima e tutto viene abbracciato da un silenzio ristoratore per lo spirito.

I laghi alpini si suddividono in due tipologie:

  • Artificiali
  • Naturali

Andiamo a scoprire insieme quali sono quelli da vedere assolutamente!

Laghi alpini: lago del Brocan – Cuneo

Il lago del Brocan è un lago alpino di origine naturale situato in provincia di Cuneo nel versante delle Alpi Marittime. Precisamente è ubicato nel vallone della Rovina a valle rispetto l’altura dell’Argentera che misura ben 3297 metri. La cornice fantastica che fa da sfondo è costituita dalle Alpi Marittime: un paesaggio incantevole animato da stambecchi, camosci, marmotte e aquile.

Per arrivare al lago alpino c’è un percorso da un vecchio sentiero che serve la vicina diga: la percorrenza è circa di due ore.

Laghi alpini: lago del Miage – Aosta

Il lago del Miage è davvero unico nel suo genere, in quanto non è contornato da rocce e foreste, ma dai ghiacci: uno spettacolo sublime. Le pareti cristalline si devono alla vicinanza con il ghiacciaio Miage che arriva giù dalle sommità del Monte Bianco.

Per giungere a contemplare questa rara perla c’è il sentiero che attraversa la Val Veny fino a La Visaille, per poi proseguire verso il lago Combal: una traversata di circa 2 km.

Laghi alpini: lago di Place-Moulin – Aosta

Restando sempre in Valle d’Aosta troviamo il lago alpino di Place Moulin di origine artificiale. Si trova molto in alto, a ben 1968 metri di altezza, e si può considerare come uno dei più grandi della regione. La partenza per arrivare a vederlo è da Prarayer dove si trova un confortevole rifugio.

Laghi alpini: lago Layet – Aosta

Un luogo che sembra incantato e fuori dal tempo: bisognerebbe descrivere così il lago Layet. La sfida per arrivare lungo i suoi argini non è particolarmente impegnativa e basta percorrere un cammino che unice Valtournenche a Breuil-Cervinia.

Nelle acque calme di questo lago alpino si affaccia il maestoso Cervino.

Laghi alpini: laghi di Fraele – Sondrio

I laghi di Fraele non possono non essere inseriti in questa lista dei laghi alpini più belli. Si tratta di due laghi: Cancano e San Giacomo. Il primo si trova a 1900 metri sul livello del mare, mentre il secondo a 1949 metri. L’atmosfera che si respira al cospetto degli specchi d’acqua è da fiaba, poichè sono circondati da prati di un verde intenso che arrivano a toccarli fino lungo le rive.

Anche il sentiero è suggestivo ed è uno di quelli più antichi tra quelli che collegano i due versanti delle Alpi: si passa per Premadio attraversando le rovine di antiche torri medievali dove si appostavano le guardie.

Laghi alpini: lago del Barbellino – Bergamo

Per trovare il lago del Barbellino in provincia di Bergamo occorre spostarsi nelle Alpi Orobie, nella zona meglio nota come Val Seriana. Il lago alpino è di uno splendido colore smeraldo e si incontra a ben 1862 metri di altezza.

Per arrivarci basta percorrere la mulattiera e godere del panorama stupendo mentre si attraversano foreste di abeti e faggi: un percorso di circa 2 ore dove respirare nell’abbraccio di una natura generosa.

Ci sono tantissimi altri laghi altrettanto meritevoli di una visita almeno una volta nella vita e questa guida non voleva essere esaustiva in così poche righe, ma semplicemente farvi riscoprire la ricchezza del nostro territorio.

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Consigli utili

Orientarsi nella conservazione digitale dei documenti

Cosa sapere sulla conservazione digitale dei documenti

Al giorno d’oggi si sente spesso parlare di conservazione digitale dei documenti, ma sono molti i casi in cui regna ancora della confusione a riguardo. Vediamo perciò cosa si intende con questo termine e quali sono gli aspetti più importanti. In linea generale digitalizzare un documento implica la sua trasformazione da analogico a digitale e – di conseguenza – virtuale.

La digitalizzazione di un documento può essere la semplice scansione, operazione che eseguiamo di frequenta, ma indica al contempo un processo che fino a poco tempo fa si svolgeva in maniera esclusivamente manuale, mentre oggi avviene mediante strumenti e tecniche digitali. L’obiettivo primario di questo sistema di archiviazione è quello di digitalizzare i processi e i documenti: ciò comporta moltissimi vantaggi, sia dal lato organizzativo e operativo, sia ovviamente nei confronti del legislatore.

Conservare i propri documenti in maniera digitale e a norma consente di risparmiare tempo prezioso e avere sempre a disposizione quanto necessario. Sono molti gli ambiti aziendali coinvolti nell’implementazione della conservazione digitale dei documenti, che devono prepararsi ad affrontare una vera propria riprogettazione. Di fronte a questo cambiamento spesso gli organici aziendali possono sentirsi leggermente spaesati, tuttavia, valorizzando il know-how acquisito dalle persone è possibile invece implementare questo processo affinché tutti ne traggano beneficio.

Per riuscire a prendere il processo di conservazione digitale dei documenti organico e funzionale all’interno della propria azienda senza che questo comporti processi di apprendimento troppo lunghi, come prima cosa è necessario ascoltare a fondo le esigenze delle persone e dei vari reparti aziendali. In questo modo è possibile evidenziare eventuali criticità e capire invece quali sono i fattori che potrebbero facilitare la transizione.

Come non confondere la conservazione digitale dei documenti

Quando si parla di conservazione digitale dei documenti è importante operare alcune specifiche che possono aiutare a comprendere a cosa si fa riferimento, sfatando luoghi comuni che vogliono il concetto pressoché sinonimo della semplice archiviazione di un documento in formato pdf.

La conservazione ditigale costituisce anche una revisione dell’acquisizione di informazioni, che deve di fatto essere operata secondo dei parametri prestabiliti, improntati a valorizzare la sicurezza, l’integrità, l’univocità e l’ottimale conservazione nel tempo. Per non fare confusione, dunque, è importante comprendere che la conservazione digitale dei documenti comporta il ripensamento dell’approccio che si adotta quando si acquisisce e si archivia un’informazione, il che porta a riprogettare molte delle attività aziendali in chiave completamente digitale.

Questo tipo di adeguamento richiede infatti un po’ di tempo, una risorsa spesso molto scarsa nelle organizzazioni private e necessita soprattutto di un cambio di paradigma. Tuttavia, è indispensabile per tutte quelle attività commerciali che hanno intenzione di prosperare. Digitalizzare di fatto non significa semplicemente installare un software, ma rende necessario modificare l’approccio alle operatività quotidiana, per riuscire a sfruttare le potenzialità legate alle nuove tecnologie.

Oltre l’eliminazione della carta: cosa tenere a mente

Passare all’archiviazione digitale dei documenti non significa semplicemente eliminare la necessità di avere archivi cartacei. La dematerializzazione dei documenti deve essere eseguita rigorosamente a norma. Ciò significa che nella digitalizzazione dei processi vanno seguite delle regole ben precise, che aderiscono alle normative vigenti, i cui requisiti vanno studiati in azienda per non farsi trovare impreparati. Ne deriva perciò che oltre alla semplice eliminazione della carta, attenersi a quanto prescritto dalla legge consente di produrre in maniera nativa dei documenti informatici che hanno esattamente il valore dei loro omologhi fisici, nonché importanti garanzie a livello legale. In dedinitiva, la conservazione digitale dei documenti rende più efficienti tutti i processi e garantisce al contempo la multicanalità delle informazioni, che diventano così più sicuri e fruibili.

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Fai da te

Come intonacare il muro a secco

Ottieni superfici impeccabili nel tuo progetto di costruzione utilizzando questo primer per materiali e seguendo una guida passo-passo.

Il processo di applicazione di più strati sottili di intonaco sul muro a secco, in cui sono presenti anche giunti e viti, sembra un’operazione davvero difficile e confusa e in effetti lo è. Se fatto correttamente, però, il risultato è un muro perfetto, tanto che pochi osservatori potranno individuare le rifiniture sottostanti.

Mentre le coniche di cartongesso professionali rendono il compito facile, i fai-da-te devono fare molta pratica, avere una certa abilità e, ovviamente, trovare i giusti strumenti per il lavoro (in questo caso, l’intonaco stesso e il nastro che impedisce la comparsa di crepe nelle cuciture). Questa guida ti fornirà un’anteprima sui materiali e istruzioni dettagliate su come intonacare il muro a secco, così ti sentirai sicuro e non ti confonderai!

Innanzitutto, dai un senso ai tipi di intonaco del muro a secco.

Le due categorie base comprendono intonaco “premiscelato” e “in polvere” ma sono disponibili anche in alcune opzioni aggiuntive, che possono rendere difficile la scelta del prodotto.

Premiscelato

Il composto premiscelato è così fatto: l’intonaco è già stato miscelato con acqua per ottenere una consistenza omogenea ed è pronto per essere applicato. All’interno di quella categoria, troverai “intonaco universale”, “intonaco specifico” e “intonaco leggero e universale”.

L’intonaco per tutti gli usi non implica intoppi e inizia a indurirsi in un paio d’ore, a seconda della temperatura e dell’umidità nella stanza. È adatto a tutte le applicazioni: se sei un neofita utilizza questo prodotto.

L’intonaco di copertura viene utilizzato come rivestimento finale. Una volta asciugato apparirà di un bianco brillante ed è facile da carteggiare, rendendolo una buona scelta per le pareti che saranno poi dipinte di un colore chiaro. L’intonaco di copertura ha meno proprietà adesive rispetto a quello adatto per tutti gli usi, quindi non è adatto per creare né il primo né il secondo strato.

L’intonaco leggero per tutti gli usi si asciuga dando vita ad una tonalità più chiara, rendendolo adatto anche alle pareti che dovranno essere verniciate di un colore ancor più pallido.

In polvere

L’intonaco del muro a secco in polvere contiene sostanze chimiche che reagiscono quando si aggiunge acqua per accelerare il tempo di indurimento. Questo tipo di prodotto tende a ridursi meno di quello premiscelato per tutti gli usi, ma inizia a indurirsi molto rapidamente. L’intonaco a presa rapida funziona bene per il pre-riempimento di grandi spazi vuoti o per lisciare gli angoli del muro a secco schiacciati prima di iniziare l’effettivo processo di intonacatura.

Sull’etichetta comparirà il tempo necessario da attendere perché l’intonaco si indurisca. Puoi scegliere tra quello pronto in 5 minuti, in 20 minuti o con tempi di indurimento ancor più lunghi, a seconda delle tue esigenze. In ogni caso, mescola solo il necessario e lava spesso gli strumenti mentre lavori.

L’intonaco di presa facile da carteggiare, invece, è composto da sostanze chimiche che si induriscono in creste simili a rocce sulle pareti e dovrai passare ore cercando di levigarle. Evita questa incombenza scegliendo una varietà facile da carteggiare.

Come intonacare il muro a secco

Durante il processo di intonacamento, il nastro funge da legame per evitare che il muro finito sviluppi crepe lungo le rifiniture del muro a secco.

Il nastro di carta viene utilizzato quasi esclusivamente dai professionisti perché è molto sottile, il che aiuta a creare giunzioni impercettibili e lisce. Il nastro di carta presenta una piega al centro che consente di piegarlo per formare spigoli vivi. Ci vuole pratica, tuttavia, per sistemare correttamente il nastro di carta nel primo rivestimento di intonaco bagnato senza creare bolle sotto.

Il nastro a rete è realizzato con fili di fibra di vetro in un modello a trama aperta e viene fornito con adesivo sul retro. È abbastanza semplice posizionare il nastro a rete su una giuntura asciutta e quindi applicare la prima mano di intonaco sulla parte superiore. Questo nastro è più spesso rispetto a quello di carta e può provocare delle giunzioni più evidenti quando il muro è dipinto.

Il nastro preformato, noto anche come “angoli preformati” può essere realizzato in carta, plastica, metallo sottile o una combinazione di vari materiali. Viene utilizzato sugli angoli delle pareti esterne per ottenere un aspetto uniforme. Alcuni angoli preformati necessitano di essere fermati con dei chiodi mentre altri si attaccano con adesivo. Se non sei sicuro di riuscire a fissare con nastro adesivo gli angoli esterni con nastro di carta comune, prova il nastro preformato.

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Casa

Grondaie in rame: come sostituirle

Le grondaie in rame (a Roma puoi chiedere consulenza a Opera Lattoneria) sono degli elementi importanti di un’anbitazione. Queste, corredate di pluviali, sono necessari per permettere all’acqua piovana e alla neve sciolta di confluire in apposite uscite che non inficeranno sulla struttura. Senza le grondaie si ha infatti il rischio che l’acqua provocata dai fenomeni atmosferici, finisca nelle mura e nel pavimento, comportando di conseguenza dei ristagni che ne compromettono la corretta manutenzione e si prevengono tutte le problematiche connesse come per esempio le infiltrazioni di acqua nei piani interrati oppure danni di corrosione alle pareti esterne.

Perché scegliere le grondaie in rame a Roma

Per fare in modo che le grondaie siano sempre funzionali e quindi proteggano l’edificio, è importante eseguire degli interventi di manutenzione.

La prima cosa è mantenere l’assetto originario delle stesse che devono avere le dimensioni adeguate alla struttura, devono essere provviste di spiovente e ovviamente devono essere installate nel modo corretto.
Inoltre è importante che nelle stesse non rimangano detriti come foglie o rami che possono rovinare l’intera struttura.

Per questo motivo è importante controllare periodicamente lo stato di salute delle grondaie in rame e chiamare dei tecnici specializzati che potranno dare dei consigli.

Come sostituire le grondaie in rame: l’attrezzatura necessaria

Dopo aver visto che le grondaie sono danneggiate occorre sostituirle. Per farlo può essere richiesto l’intervento di un professionista oppure chi ha un po’ di manualità potrebbe farlo da solo.
In questo secondo caso è importante avere a disposizione il materiale giusto e procurarsi tutto l’occorrente. Tra le cose che non possono mancare per sostituire una grondaia ci sono:

  1. grondaie in rame e pluviali
  2. sostegni per fissare l’elemto
  3. canali
  4. testate
  5. trapano e cacciavite
  6. viti
  7. sega
  8. sigillanti
  9. forbici apposite (da lattoniere)
  10. metro a nastro.
    Per eseguire un lavoro a regola d’arte è necessario prendere tutto il tempo che occorre senza avere troppa fretta.

Prima fase per installazione grondaie: preparare la base

La prima cosa da fare è quella di preparare la base. Questo comporta prendere le misure, ossia la lunghezza complessiva del tetto per avere la giusta metratura di grondaie e il numero dei pluviali.
Le grondaie devono essere fissate al bordo del tetto e devono sempre terminare con un pluviale. Non va dimenticato che nel caso in cui la lunghezza superi i 12 metri, deve essere realizzata la giusta inclinazione a partire dal centro, in questo moto non ci saranno ristagni di acqua.
La grondaia deve essere fissata mediante gli appositi sostegni ogni 80 centimetri circa.
Per dare la corretta inclinazione alla grondaia devono essere prese ulteriori misurazioni partendo dal punto iniziale che sarà quello più alto mentre quello finale deve essere più basso. Le misurazioni devono essere molto precise perché su una grondaia di circa 10 metri ci vuole una pendenza di almeno 3 centimetri.
Dopo aver segnato i vari punti va tracciata una linea.

Montare una grondaia in rame

Dopo aver preso le misure del tetto occorre tagliare la grondaia usando delle appositi forbici e attaccare i sostegni di fissaggio. Usando il seghetto deve poi essere creata un’apertura della giusta grandezza dove verrà sistemato il pluviale.
Una volta eseguite queste operazioni si potranno fissare i canali e le testate alla grondaia, avendo cura di sigillarle con le viti per rame e il silicone.
I sostegni per la testata devono essere fissati alla scossalina del tetto ricordando di non superare i 100 centimetri tra un sostegno e l’altro.
I sostegni vanno fissati con delle viti lunghe.
Infine potrà essere collegato il pluviale installando l’estremità svasata verso il basso.
A lavoro ultimato vanno sigillati tutti i punti di congiunzione con il sigillante che dovrà asciugare per almeno 12 ore.
Per verificare che sia stato eseguito tutto a regola d’arte è bene fare delle prove con un tubo dell’acqua da posizionare sul punto più alto della grondaia. Questo servirà per verificare che l’acqua scorra nel verso giusto.

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Consigli utili

Scientific Reports: significativo pericolo estinzione per lo stambecco

E’ quanto mai d’attualità: il riscaldamento globale rappresenta una delle minacce che il nostro pianeta deve affrontare. I segnali arrivano da più fronti, ora uno arriva anche una conferma importante da ricerche che affrontano il problema dal punto di vista delle nefaste conseguenze che il climate change sta provocando su alcune razze di animali. In questo si parla degli stambecchi alpini: in che modo i mutamenti del clima possono mettere a rischio questa specie? Cosa si può fare per evitare la loro estinzione? Proviamo ad approfondire i risvolti di questo studio e capire se ci sono possibilità che questa escalation possa essere fermata.

Scientific Reports: significativo pericolo estinzione per lo stambecco

La ricerca a cui si fa riferimento è stata condotta dall’Università di Sassari ed è stata pubblicato nei mesi scorsi sulle pagine dello Scientific Reports: lo stambecco starebbe risentendo non poco del continuo aumento delle temperature che sull’arco alpino presenta un clima di natura sempre più torrida. Come viene ribadito dagli esperti, anche gli stambecchi stanno subendo le conseguenze di quello che viene definita la scala verso il cielo: il comportamento messo in atto da parte di specie animali e piante che, vedendo mutare l’habitat naturale circostante, vanno alla ricerca di nuovi luoghi dove crescere e vivere, con una vera e propria migrazione a quote più alte, dove pertanto possono esistere le condizioni adatte alla propria sopravvivenza.

Stambecco, salendo in alto rischia di non trovare cibo

Il problema per lo stambecco alpino consiste nel fatto che salendo in quota potrebbe trovare grossa difficoltà nel reperire la giusta quantità di cibo. Questo avverrà non solo per lo stambecco, ma anche per altre specie e questo acuirà la competizione per il reperimento del cibo. Di fatto il cibo e lo spazio fisico da occupare potrebbero non bastare per tutti. Questo significa un potenziale rischio per un animale che a quelle quote non è abituato a vivere, a cacciare e a muoversi. Questa particolare tipologia di animale ha corporatura tozza e compatta, un pelo isolante e un cospicuo strato lipidico che gli dà la possibilità di ripararsi dal freddo. Non avendo ghiandole sudoripare è però poco avvezzo ai cambiamenti repentini di temperatura e in generale non riesce ad adattarsi ai climi caldi. Lo testimonia lo stesso studio preso in oggetto.

In Valle D’Aosta dimezzati gli esemplari

Lo studio dell’Università di Sassari ha analizzato la situazione degli stambecchi del Parco Nazionale del Gran Paradiso in Valle d’Aosta e lo scenario è assolutamente preoccupante: la popolazione ha infatti subìto un dimezzamento se si analizzano gli esemplari presenti dal 1990 fino ad oggi. La ricerca ha voluto verificare tutti gli spostamenti avvenuti in questi anni da parte degli stambecchi, andando ad incrociarli con le risultanze venute fuori dai cambiamenti climatici, cercando di prospettare il loro futuro. La correlazione diretta non è ancora stata dimostrata ma tutto farebbe pensare che la primavera anticipata possa provocare una diminuzione dell’erba fresca in periodi in cui la sua presenza è fondamentale, soprattutto per le femmine, che ne hanno bisogno per far fronte al periodo dell’allattamento e dello svezzamento dei cuccioli, che coincide all’incirca con i mesi di giugno e luglio. Per motivi molto più semplici di quello che si può pensare, i piccoli non riescono ad assimilare i nutrienti corretti per affrontare nella maniera ottimale i primi mesi di vita: meno proteine e più fibre all’interno del latte materno può comportare minori chance di sopravvivenza dei nascituri. Le ipotesi più nefaste sottolineano come il destino degli stambecchi alpini sia messo a repentaglio: si pensa che nel prossimo secolo la metà delle aree attualmente popolate dagli stambecchi, saranno di fatto disabitate da questi animali per le sopraggiunte condizioni del territorio, che lo renderanno disabitate.

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Cura dei pavimenti con chiodi tagliati

Tagliare i chiodi: ecco come trattare una componente autentica delle nostre abitazioni

I chiodi tagliati caratterizzano l’aspetto delle prime costruzioni di pavimenti, porte, mobili o recinzioni in legno.

I chiodi tagliati conferiscono un’aria vissuta a pavimenti in legno, porte, mobili o recinzioni. Con le loro teste che si affacciano sulla superficie del legno o al di sopra di esse, i chiodi tagliati caratterizzano l’aspetto delle prime costruzioni americane. Questo tipo di rifinitura può costare fino ad un terzo in più rispetto al rifinire un pavimento normalmente, ma rappresenta l’accento ideale per una casa o un arredamento d’epoca.

Autenticità e stile

Come i chiodi realizzati durante il XIX secolo, i chiodi tagliati vengono tranciati a macchina da una lastra di acciaio, producendo un chiodo con una caratteristica forma a cuneo che termina con una punta smussata. È questo particolare profilo che conferisce al chiodo la sua unicità. Tagliati su tutti i lati per produrre quattro bordi, sono spesso chiamati “chiodi quadrati”. La caratteristica testa quadrata sembra essere diventata un vero distintivo su un pavimento in legno.

Oltre a ciò, le differenze tra i vari chiodi sono davvero minime. Il design di ognuno di loro varia principalmente nella lunghezza del gambo e nella dimensione e forma della testa, che è proporzionata al gambo. I gambi misurano da 1 a 4 cm, ma possono arrivare anche ad 8 cm, mentre le teste dei chiodi sono determinate dal tipo di chiodo (finitura, pavimentazione, ecc.) e dallo stile. Le teste dei chiodi possono essere a cupola, piatte, martellate per un aspetto più autentico o avere una protuberanza per scopi decorativi. I chiodi con le teste più larghe vengono utilizzate per inchiodare pavimenti, rivestimenti, porte e recinzioni, mentre le teste piccole o inesistenti vengono utilizzate per lavori delicati, modanature e pavimenti a incastro. A volte i chiodi sono pensati per essere piegati con un angolo di 90 gradi dopo che sono passati attraverso il legno, per l’uso su pavimenti larghi e porte a battente. Quando ordini questi, assicurati di informare che i chiodi saranno protetti in modo tale che il metallo non sia temperato.

Forza e resistenza

I veri chiodi fatti a mano offrono la massima autenticità e un potere di tenuta ancora maggiore rispetto a un chiodo tagliato a macchina perché la superficie è irregolare. Con punti piatti e aree arrotondate, i chiodi tagliati a mano tendono a strappare e afferrare il legno. Sfortunatamente, sono davvero molto costosi, soprattutto quando si tratta di doversi procurare un alto numero di chiodi necessari per un’installazione a pavimento. Come compromesso, è possibile ottenere un chiodo decorativo, leggermente più costoso, con una testa a tre lati e un rivestimento in ossido nero. Questi chiodi sono progettati per simulare quelli forgiati a mano dagli agricoltori nei loro cortili durante il 1700.

I chiodi tagliati a macchina forniscono anche una presa maggiore perché strappano le fibre del legno invece di dividerle. Una leggera variazione del chiodo dritto, ossia che si piega nel centro, non permette una perfetta tenuta mentre invece quando un chiodo tagliato viene spinto nel legno, riesce a strappare e creare un percorso che si chiude intorno alla propria testa durante la pressione col martello. La sua forma irregolare gli impedisce di estrarsi.

Installazione

Poiché i chiodi tagliati hanno punte smussate, dovrà essere osservato un impegno maggiore per inserirli. Sebbene non sia necessario un particolare tipo di martello, i chiodi tagliati devono essere installati manualmente. Senza chiodatrici pneumatiche, quindi, il costo del progetto aumenta a dismisura, soprattutto nel caso in cui avessi delegato il lavoro ad un installatore anche se questi ultimi dovrebbero avere esperienza nell’installazione di chiodi tagliati.

È molto importante inchiodare dalla parte più sottile per evitare di spaccare il legno. Il lato più largo dovrebbe essere sempre rivolto verso l’alto. Per guidare un chiodo tagliato, inizia con brevi colpi fino a quando il chiodo non sarà saldamente in posizione. È importante fare attenzione ai colpi più pesanti e forti a seguire perché un chiodo tagliato è molto più fragile rispetto a quelli comuni arrotondati. Se dovesse piegarsi, dovrà essere raddrizzato con cura. Nel caso in cui fosse mal inserito, un chiodo tagliato potrebbe lasciare una punta nel legno, difficile da rimuovere. I fori pilota pre-perforazione possono aiutare a scongiurare tali problemi, in particolare alle estremità dei bordi delle assi, in cui è più probabile che si verifichi una divisione.

Sul pavimento, in cui si concentra oltre il 50% dell’uso dei chiodi tagliati, l’inchiodatura segue le stesse regole di base. Le tavole più sottili richiedono l’inserimento di un chiodo di ¾ cm da ogni lato per evitare l’arricciatura mentre le tavole più larghe di 12 cm ospitano circa tre chiodi. Per i pavimenti maschio e femmina viene utilizzato un gambo sottile per evitare di dividere il solco. I chiodi devono essere distanziati di 8 cm su di un materiale di spessore di 1-8 cm e di 12 cm di distanza su pavimentazione di 3-4 cm. Per mantenere un aspetto più vecchio, esistono chiodi decorativi corti che vengono battuti fino all’altezza desiderata ma che non vanno nel sottofondo.

Durante la levigatura di un pavimento con chiodi tagliati, tenere presente che la levigatura potrebbe smangiare le loro teste. Svasare quindi i chiodi per evitare di limare la testa decorativa sarebbe una ottima soluzione. Pre-levigare il pavimento per consentire alla testa del chiodo di andare a livello del pavimento o leggermente al di sopra è un’altra opzione vincente. Per fare ciò, il pavimento deve essere prima fissato con inchiodatura cieca o colla e levigato. A questo punto, il chiodo tagliato può essere martellato come succede in una qualsiasi parte del processo di finitura. Questo richiederà molto tempo. Sebbene sia possibile acquistare legno pre-levigato, sarà comunque necessario levigare nuovamente. Il restringimento del legno può far sì che i chiodi si usurino da soli, ma di solito ciò è dovuto al fatto che i chiodi erano già troppo corti in partenza. Se questo dovesse accadere, il chiodo dovrà essere martellato verso il basso.

Cura dei pavimenti con chiodi tagliati

A volte l’autenticità passa in secondo piano rispetto alla praticità. Nelle regioni caratterizzate da clima umido o costiere e in vista di lavori per esterni, il più grande nemico dei chiodi tagliati tradizionali è la ruggine. Mentre la semplice manutenzione può proteggere i chiodi presenti in uno spazio chiuso, ciò può risultare difficile in uno spazio aperto. L’olio di poliuretano proteggerà i pavimenti interni dal calpestio di una famiglia indaffarata, dal passaggio di cani bagnati, dalla posa di stracci umidi e versamenti di liquido di vario genere. Se l’acqua dovesse riversarsi sul pavimento, dovrà soltanto essere asciugata. All’esterno, tuttavia, la maggior parte delle persone rinuncia alla manutenzione aggiuntiva facendo zincare i chiodi. Sebbene ciò prevenga la ruggine, va detto che un chiodo zincato potrebbe macchiare il legno a causa della reazione chimica tra il legno e lo zinco. Ciò diventa particolarmente comune con cedro e sequoia.